Il periodo Covid – parte1

Quando cadono i miti: del Carnevale di Ivrea e del calcio italiano

In questi giorni di afa, di caldo opprimente, di temporali minacciosi che non arrivano mai, la gente fugge al mare perché c’è quella bella “brezzolina che fa bene”, o in montagna “perché fa fresco e qui si muore di caldo”. E, dunque ci si mette in auto, in treno o in pullman e si rincorre il sogno degli anni ’60, quella vacanza che ti consente di cambiare aria, di respirare, di cambiare punto di vista. Una bella sensazione quella, che ha dei risvolti non indifferenti, di famiglia tradizionale, di desiderio di pace. Siamo nel periodo dopo Covid, anche se definirlo “dopo” è essere ottimisti. E’ stata dura, ritrovarsi, d’un tratto chiusi in casa, ciascuno obbligato a fare i conti con la propria vita, i propri limiti e desideri.  Ciascuno con il “proprio viaggio, ognuno diverso”, dice il cantante rock, Rossi. 

Sabato 22 febbraio. Una sera come tante. Ho freddo e un gran mal di testa. Sono molto stanca perché ho lavorato molto, come sempre senza ascoltare i segnali del mio fisico, il poco riposo, l’ansia di non riuscire a fare tutto. Una persona come tante, insomma. Immersa nella quotidianità della vita che va troppo veloce, rispetto ai ritmi naturali, che ci pressa, ci opprime, facendoci sentire perennemente in competizione, sempre a disagio, come se mancasse qualcosa. Siamo lo specchio del malessere, che è nato forse negli anni ottanta o chissà, dopo il boom economico.  

E’ da un po’ di giorni, parecchi in verità che si parla di un virus influenzale, arriva dalla Cina, forse è meglio stare attenti. La notizia rimbomba sui vari social, gli opinionisti impazzano, i colpevolisti pure. Poi ci sono gli indifferenti o i fatalisti (come me) che non ci fanno molto caso.  “Se il virus deve arrivare che arrivi e non possiamo fare niente”. I virus sono bruttini e semplici e purtroppo le nostre cellule stanno loro molto simpatiche. A Ivrea sfilano gli aranceri, ammetto di non essere mai stata una fanatica del Carnevale di Ivrea, forse perché è una di quelle manifestazioni che devi vivere dentro, immergerti totalmente e, da spettatore, ne guadagni ben poco se non il rischio di un’arancia sulla testa. Mi rifiuto, dunque, di partire per immergermi nella vita eporediese, preferisco un caffè e quattro chiacchiere in compagnia.  Mi chiedo, lo stesso, chi sarà la Mugnaia. Magari un giro a Ivrea, però, lo faccio. Domani no, poi non c’è il parcheggio…succede sempre così. Non voglio mai andarci, ma poi…

Chiamo una mia amica e ci mettiamo d’accordo, per il martedì pomeriggio che: “C’è meno gente e in qualche modo lo spettacolo te lo godi di più.” Per chi vive qui, nel Canavese, il Carnevale di Ivrea rimbomba ogni anno, lo conosci a memoria anche se non vai a vederlo. “Ho messo il berretto rosso nel bagagliaio della macchina comunque, che non si sa mai. Ci sentiamo ancora lunedì e ci mettiamo d’accordo”, le dico. Ci salutiamo. Siamo entrambe insegnanti. Sommerse di lavoro fin sopra alla testa, ma circondati dall’opinione diffusa che non abbiamo niente da fare. Parassiti dello Stato, insomma.  In questi giorni la scuola è chiusa e si rientrerà giovedì. Ciò mi rincuora, avrò il tempo di farmi passare, quanto meno, il mal di testa. Non sto affatto bene.

La serata è piacevole, si chiacchiera, si parla e si ascolta un po’ di musica. Qualcuno riceve un messaggio. Pare che le partite di calcio si giocheranno a porte chiuse.  “Per il Covid”, viene detto. La notizia è già su tutti i social, prima che in TV. Dopo poco ne arriva un’altra (ed è questa che mi fa pensare a quanto la cosa sia più grave di quello che sembra). Il Carnevale di Ivrea è sospeso.

Ecco, ritorno a punto e a capo. Non sono una fan del Carnevale, che ci sia o meno, per me è indifferente, così come il calcio. Eppure in quel momento ho sentito quanto tutto questo non fosse vero. Il calcio è per i più una specie di inno nazionale, una sorta di iniezione di adrenalina, un momento di svago che riunisce, che innalza gli animi o li fa scendere negli abissi più beceri dell’animo umano. Il Carnevale di Ivrea è un momento di svago, di unione storica, mentale, personale. Di condivisione tra amici, di momenti esclusivi dove se ci sei, fai. E’ lo specchio del luogo in cui si vive, il folklore delle anime. E invece, tutto d’un tratto né l’uno né l’altro ci saranno. Pochi giorni dopo infatti, le partite di calcio saranno sospese definitivamente.

Torno a casa perplessa. “Che cavolo sta succedendo? Qua la cosa è grave”. Mi addormento, non prima di essermi presa qualcosa per il mal di testa pressante. Cado in un sonno profondo  e, il giorno dopo, mi sveglio che è ancora presto. Non sono molto in forma, e rinuncio ad ogni invito, da chiunque. Spero di star meglio entro giovedì. Non sapevo ancora che, tempo due settimane e tutto sarebbe stato chiuso. Al giovedì non rientriamo a scuola. Dunque, se una decisione del genere è presa, allora è grave davvero.  Il mondo è all’improvviso diverso, nel buio, forse cerca un’altra possibilità.

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