Scrivere

Quando cadono i miti: l’aula vuota

 (Il periodo Covid – parte 2)

E’ inusuale, eppure è così. Su tutte le reti nazionali il discorso del Presidente del Consiglio. Giorno per giorno vengono date informazioni nuove, indicazioni, direttive. A volte sembra che la questione sia temporanea, altre definitiva. Calcio chiuso, carnevali sospesi, feste e assembramenti impossibili. A scuola non si può tornare. Il virus impazza.  La cosa è seria. Per davvero.

Ascolto attentamente e, nella mente, mi balzano idee numerose, alcune possibiliste altre piuttosto catastrofiche. Mi chiedo come faremo per le lezioni. Iniziano ad arrivare le prime indicazioni: bisogna aspettare, il Ministero ci farà sapere, la scuola farà sue tutte le direttive del caso e noi agiremo. Sono giorni di chiamate improvvise, di genitori preoccupati e che non sanno come fare, altri che aspettano da noi un segnale che non possiamo, non sappiamo dare.  Una situazione del genere non è mai successa, almeno dal dopoguerra in poi. Siamo totalmente impreparati, tutti quanti, e non ci resta che attendere.

Cominciamo ad organizzarci per farci sentire vicini agli alunni, per far sapere loro che comprendiamo molto bene il loro (e di tutti) disagio. All’ inizio pare solo una vacanza prolungata, ma poi la mancanza dell’altro, il desiderio di confrontarsi ha la meglio. Dopo poco anche gli adulti vengono lasciati a casa. E’ un gran caos e la situazione preoccupante. L’economia crolla, è in crisi e lo sarà per molto, moltissimo tempo.

Arriva una mail, poi un’altra e una ancora. Bisogna restituire i libri ai ragazzi, almeno avranno qualcosa su cui studiare, mentre ci ingegneremo su come fare. Non possiamo entrare tutti però, saremo scaglionati in turni e solo due genitori potranno venire a prenderli, occupandosi poi di darli a tutti. Una volta liberate le aule esse potranno essere sanificate a fondo, liberate dal virus (forse).

La mattina convenuta c’è una leggera brezzolina, fa quasi troppo caldo per essere ancora a fine inverno. Il sole illumina, forse troppo, tutto il circondario. Entriamo attentamente, guardandoci gli uni con gli altri. E’ quasi paradossale questa situazione, incredibile. Dei carrelli sono pronti nell’atrio, così li possiamo usare per portare giù i libri. Cerchiamo di coordinarci al meglio per usarli, perché non sono sufficienti per tutti.

Salgo le scale, proseguo in un corridoio asettico e pulito, con le sedie accatastate le une sulle altre, i banchi messi in ordine. Entro nell’aula silenziosa. Mi viene in mente “Io, speriamo che me la cavo” e sorrido, mentre apro l’armadio e guardo, un po’ perplessa i libri lasciati dai nostri ragazzi. Sono ammonticchiati alcuni con cura, altri meno. In alcuni di essi leggo nome e cognome, scritto a chiare lettere, in altri solo le iniziali, magari con il simbolo della propria squadra preferita. Alcuni libri sono pasticciati, poco curati, maltrattati. Interpreto la poca cura del materiale, come un fallimento della scuola. “Evidentemente abbiamo sbagliato qualcosa, me ne devo ricordare quando torniamo” penso. 

Prendo i testi e li divido per studente, quelli senza nome li ripongo negli armadi. Inizio a scendere e consegno il materiale un po’ preoccupata, in apprensione. “Vi faremo sapere qualcosa”, dico, anche se non so proprio niente. Presupponiamo, anzi ne sono certa, passeremo alla didattica a distanza. Rientro a scuola, vado in aula insegnanti a ritirare le mie cose. Anche quella è un’aula vuota, di solito piena di proposte, chiacchiere, discussioni. Un silenzio inusuale si diffonde. Ci salutiamo a vista. La sera il telefono comincerà a suonare all’ impazzata. Non bisogna perdere tempo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: